martedì 30 marzo 2010

futuro prossimo venturo


Se, come me, non vedete l'ora di vivere con il vostro iPad, sarà un piacere sbirciarne le potenzialità nei video messi on line sul sito Apple che mostrano l'iPad al lavoro:
web, mail, foto, video, musica, ma anche e soprattutto editoria elettronica e office - Keynote, Pages e Numbers.
A maggior ragione lo show vale una visita se non avete ancora deciso se un iPad fa al caso vostro...

martedì 23 marzo 2010

inchiostro simpatico


Un recente post di Autoritratto con Mele che parla di riconoscimento della scrittura utilizzando uno stilo mi ha portato alla mente uno cosa che scrissi due anni fa e che ho recuperato per l’occasione, dal titolo "inchiostro simpatico":

Non so quanti fra i lettori abbiamo avuto fra le mani un Apple Newton. Io l’ho usato nel 1997, quindici giorni prima che fosse ritirato dal mercato. Vale dunque la pena di ricordare che si trattava di un computer palmare, forse il primo, con schermo sensibile al tocco e capacità di riconoscimento della scrittura. Fu un aggeggio rivoluzionario e molte delle sue caratteristiche non sono ancora arrivate sui moderni sistemi operativi, come la capacità di trattare i dati come universali ad ogni applicazione, esattamente come avrebbe fatto un blocco note intelligente o, meglio, magico alla Harry Potter.
L’unica colpa del Newton fu di essere in anticipo sui tempi, quando al mercato un dispositivo del genere ancora non serviva (anche se io rimango del parere che il Newton 2100 fu ritirato proprio la stessa settimana in cui avrebbe iniziato ad avere successo). Alla fine degli anni novanta conobbe invece un successo di mercato Palm, un altro palmare, enormemente più modesto nelle caratteristiche e nella pretese, ma anche nelle dimensioni e nel prezzo. In seguito, con la rivoluzione dei telefoni cellulari le caratteristiche “intelligenti” dei palmari sono state incorporate dagli smart phone, ed è probabile che Newton tornerà a vivere in una futura evoluta edizione di iPhone.
In una cosa, però, il piccolo Palm di US Robotics era superiore a Newton: nella comodità di scrittura. La differenza fondamentale sta nel fatto che mentre Newton pretendeva di capire la scrittura naturale umana (operazione spesso difficile al genere umano stesso) ed addirittura di indovinare le parole scritte cercandole su un dizionario (con risultati spesso umoristici), il piccolo Palm si accontentava di insegnare all’utente una scrittura detta Graffiti e di obbligarlo ad usare quella.
Palm metteva poi assieme la parole unendo le lettere e non pretendendo di capirle. Alla prova dei fatti, Graffiti era un alfabeto molto semplice ed intuitivo da padroneggiare, e dopo una decina di minuti l’utente era in grado di scrivere velocemente e senza errori sulla propria tavoletta elettronica. Quando lo stesso Palm introdusse Graffiti 2, cercando di permettere all'utente di scrivere in modo più naturale, il livello di errore nel riconoscimento della scrittura crebbe a tal punto da rendere irritante scrivere con un palmare.
Si dice che lo sviluppo di Newton non sia mai cessato in Apple, e probabilmente è in corso nei laboratori bunker di iPhone ed iPod, ed i risultati saranno prima o poi sotto gli occhi di tutti. Ma una parte del DNA del Newton originale fa parte da tempo del codice di Mac OS. Si chiama Ink (inchiostro) e permette di scrivere non attraverso una tastiera, ma una penna appoggiata ad una tavoletta, di quelle usate dai grafici. Io ho una modesta tavoletta Wacom che risale ai tempi dei primi iMac (infatti è di color strawberry) ma funziona perfettamente, e di tanto in tanto, quando mi prende la nostalgia del Newton, mi diverto a scrivere qualche cosa “a mano”.


Siete curiosi di sapere come funziona? Vi propongo un esperimento in diretta. Ora prendo la tavoletta e scrivo due frasi proprio su questa pagina, promettendo di non compiere alcuna correzione a posteriori:

hello I am a Mac ad I understand your Wr, ‘ting
ciao io SOhO Un Mac e comprendo Ia tua scriltuza

(l’inglese funziona meglio perché Ink comprende i dizionari inglese, tedesco e francese -- non quello italiano).
Per scrivere il blog forse è meglio continuare ad usare la tastiera, a meno che implementino il Graffiti... ;-)

(Mac Lovers Blog, 18 gennaio 2008)

giovedì 18 marzo 2010

spotlight

Nel 1985 la memoria di massa del Macintosh, rappresentata da un floppy disk, era di 400 Kb. Su quel disco trovavano posto il sistema operativo, l’applicazione ed i documenti. Il Mac di oggi ha mediamente 1.000.000 di volte quello spazio. Eppure l’interfaccia che gestisce i file, cioè il Finder, è grosso modo la stessa.
È per lo più usando il Finder, attraverso la metafora delle cartelle e dei documenti, che l’utente organizza lo spazio in cui archivia i propri dati. Va da sé che archiviare milioni di documenti presenta problemi diversi dall’avere due cartelle con una dozzina di lettere, il che costringe l’utente ad una disciplina mentale ed un ordine che potrebbero invece essere un compito del computer.
Per aiutare l’utente a sopravvivere alla selva dell’ordinamento Mac OS X ha inglobato dal 2005 una tecnologia chiamata Spotlight che consiste in una ricerca evoluta dei documenti presenti sugli hard disk. Spotlight trova un documento che abbia un certo nome, oppure il cui contenuto comprenda una certa parola. La ricerca è piuttosto sofisticata, permettendo di restringere il campo ai documenti di un tipo preciso, per esempio cartelle, o immagini, o filmati, o documenti creati da una certa applicazione, come pure di cercare mail o appuntamenti o cose da fare.
Le ricerche possono essere salvate, creando cartelle smart che si aggiornano automaticamente. Personalmente ho cartelle smart per la ricerca di link, di immagini disco, di filmati, oppure di cose da sbrigare (cioè di documenti a cui ho arbitrariamente apposto l’etichetta di colore arancione)
Da molto tempo quando devo trovare un’immagine non faccio altro che aprire una finestra del Finder, selezionare “tutte le immagini” e poi digitare alcune delle parole che fanno parte del suo titolo. La stessa cosa vale, ad esempio per i testi.

Spotlight è una tecnologia di quelle che fanno la differenza - ancora una volta fra Mac OS e Vista o Linux. Però in questi cinque anni di vita è inspiegabilmente progredita troppo poco. Il Finder non è l’unico software ad avere problemi di organizzazione dei dati. Si pensi al world wide web: all’alba di internet sembrava normale scrivere a mano l’indirizzo di una pagina web, come http://www.netvibes.com/bluebottazzi , ma molto presto si è avvertita l’esigenza di un motore di ricerca che trovasse per noi i dati di cui abbiamo bisogno. Google è un motore di ricerca come lo è Spotlight, ma invece di frugare nel nostro hard disk cerca nell’intera, immensa ragnatela mondiale.
Le ricerche di Google sono molto efficienti: nel giro di frazioni di secondo stampano sul nostro browser decine di migliaia di risultati, ordinati secondo sofisticati criteri di rilevanza e cronologici.
Le ricerche di Spotlight sono invece molto meno efficienti. I tempi della ricerca sono variabili, fra “molto poco” e “un po’ troppo” (anche perché intraprende la ricerca prima che io abbia finito di digitare: si fa più bella figura a rispondere dopo aver ascoltato la domanda), fino a situazioni limite in cui la ricerca pare impallarsi.
Ma sono soprattutto inefficienti dal punto di vista dell’ordinamento dei risultati. Una ricerca semplice, cioè per un solo parametro di testo (per esempio: “Blue Bottazzi”) può essere motivo di grattacapi: i molti risultati sono mostrati come documenti del Finder e sono presentati tipicamente in ordine alfabetico. Oltre all’icona non mi forniscono alcuna informazione utile. Per frugare al loro interno sono costretto a selezionarli uno ad uno facendo una (comoda) anteprima premendo la barra dello spazio.
Molto più utile sarebbe ottenere una finestra simile a quella di Google: icona, informazioni di anteprima (per esempio parte del testo), e i pulsanti per restringere il campo di ricerca. Ma soprattutto ordinare i risultati per rilevanza: prima i documenti che presentino le parole cercate all’interno del titolo, poi nelle parole chiave e infine nel testo. E sotto-ordinati in ordine cronologico.

Va da sé che per rendere efficiente una ricerca è necessario fornire qualche informazione al ricercatore. Fin dall’inizio Spotlight ha accettato parole chiave sotto forma di commento, ma questa possibilità è immensamente sottovalutata dal Finder. Per inserire un commento l’utente deve selezionare il file, aprirne la finestra di informazioni (cmd-I), selezionare il campo dei commenti e finalmente digitare. Logica vorrebbe che queste informazioni fossero fornite al momento del salvataggio del documento stesso, nella apposita finestra che invece da 25 anni si limita a chiedermi il nome del documento e la sua posizione nell’hard disk. Perché non chiedere invece e soprattutto un commento (alias alcune parole chiave per la ricerca) e permettere eventualmente il salvataggio in un blob, uno spazio gestito a sua discrezione dal sistema operativo?

Macintosh permette anche di salvare le informazioni in programmi diversi dal Finder, come le fotografie in iPhoto, la posta elettronica in Mail, la musica in iTunes, e questi programmi sono molto ben integrati nel motore di ricerca del sistema. Ma questo sarà l’oggetto del prossimo post.

venerdì 5 marzo 2010

ciao Dave


Nel 1989 il Macintosh era il miglior computer che si potesse immaginare anche perché comprendeva HyperCard, un software tanto rivoluzionario quanto dimenticato che permetteva di disegnare letteralmente l’interfaccia del computer e dare vita ai suoi oggetti usando la lingua inglese. Il mio Mac si apriva in HyperCard, mentre il Finder lo usavo come programma di utilità che aprivo solo nel caso mi fosse necessario manipolare direttamente i file.Fra le altre cose HyperCard comprendeva una floating windows orizzontale che prendeva il nome di message box (o semplicemente the msg: grande HyperTalk!) in cui potevo impartire direttamente comandi del tipo “apri il tale programma” - o qualsiasi altra cosa.
Certo, anche i sistemi operativi precedenti, come MS-DOS o CPM o Apple DOS o Unix prevedevano bene o male un’interfaccia testuale a linea di comando. La differenza è che nella message box scrivevi in una lingua compatibile con l’inglese. In Apple II avevo ammirato le avventure testuali di Enrico Colombini, che rendevano il mio computer molto più umano. Tipo:
Vedo un gatto
“>> mangia il gatto”
Bleah, che schifo!

Mi sarebbe piaciuto poter parlare allo stesso modo al mio Apple II, del tipo “eccomi” o “esco”, per sentirmi salutare con un “arrivederci Dave”.
In seguito ho spesso desiderato una msg box come quella di HyperCard per i miei Mac successivi. Una finestra evocabile premendo mela-M in cui scrivere “apri Photoshop” oppure “mostrami la posta” o “apri l’ultimo documento”. Suppongo che non sia impossibile scrivere una simile applicazione usando AppleScript ma nessuno l’ha mai fatto. Immagino che il computer del futuro funzionerà (senza Finder) toccando gli elementi dello schermo ed impartendo ordini -- a voce o con la tastiera.
E immagino che il computer mi saluterà.