giovedì 18 marzo 2010

spotlight

Nel 1985 la memoria di massa del Macintosh, rappresentata da un floppy disk, era di 400 Kb. Su quel disco trovavano posto il sistema operativo, l’applicazione ed i documenti. Il Mac di oggi ha mediamente 1.000.000 di volte quello spazio. Eppure l’interfaccia che gestisce i file, cioè il Finder, è grosso modo la stessa.
È per lo più usando il Finder, attraverso la metafora delle cartelle e dei documenti, che l’utente organizza lo spazio in cui archivia i propri dati. Va da sé che archiviare milioni di documenti presenta problemi diversi dall’avere due cartelle con una dozzina di lettere, il che costringe l’utente ad una disciplina mentale ed un ordine che potrebbero invece essere un compito del computer.
Per aiutare l’utente a sopravvivere alla selva dell’ordinamento Mac OS X ha inglobato dal 2005 una tecnologia chiamata Spotlight che consiste in una ricerca evoluta dei documenti presenti sugli hard disk. Spotlight trova un documento che abbia un certo nome, oppure il cui contenuto comprenda una certa parola. La ricerca è piuttosto sofisticata, permettendo di restringere il campo ai documenti di un tipo preciso, per esempio cartelle, o immagini, o filmati, o documenti creati da una certa applicazione, come pure di cercare mail o appuntamenti o cose da fare.
Le ricerche possono essere salvate, creando cartelle smart che si aggiornano automaticamente. Personalmente ho cartelle smart per la ricerca di link, di immagini disco, di filmati, oppure di cose da sbrigare (cioè di documenti a cui ho arbitrariamente apposto l’etichetta di colore arancione)
Da molto tempo quando devo trovare un’immagine non faccio altro che aprire una finestra del Finder, selezionare “tutte le immagini” e poi digitare alcune delle parole che fanno parte del suo titolo. La stessa cosa vale, ad esempio per i testi.

Spotlight è una tecnologia di quelle che fanno la differenza - ancora una volta fra Mac OS e Vista o Linux. Però in questi cinque anni di vita è inspiegabilmente progredita troppo poco. Il Finder non è l’unico software ad avere problemi di organizzazione dei dati. Si pensi al world wide web: all’alba di internet sembrava normale scrivere a mano l’indirizzo di una pagina web, come http://www.netvibes.com/bluebottazzi , ma molto presto si è avvertita l’esigenza di un motore di ricerca che trovasse per noi i dati di cui abbiamo bisogno. Google è un motore di ricerca come lo è Spotlight, ma invece di frugare nel nostro hard disk cerca nell’intera, immensa ragnatela mondiale.
Le ricerche di Google sono molto efficienti: nel giro di frazioni di secondo stampano sul nostro browser decine di migliaia di risultati, ordinati secondo sofisticati criteri di rilevanza e cronologici.
Le ricerche di Spotlight sono invece molto meno efficienti. I tempi della ricerca sono variabili, fra “molto poco” e “un po’ troppo” (anche perché intraprende la ricerca prima che io abbia finito di digitare: si fa più bella figura a rispondere dopo aver ascoltato la domanda), fino a situazioni limite in cui la ricerca pare impallarsi.
Ma sono soprattutto inefficienti dal punto di vista dell’ordinamento dei risultati. Una ricerca semplice, cioè per un solo parametro di testo (per esempio: “Blue Bottazzi”) può essere motivo di grattacapi: i molti risultati sono mostrati come documenti del Finder e sono presentati tipicamente in ordine alfabetico. Oltre all’icona non mi forniscono alcuna informazione utile. Per frugare al loro interno sono costretto a selezionarli uno ad uno facendo una (comoda) anteprima premendo la barra dello spazio.
Molto più utile sarebbe ottenere una finestra simile a quella di Google: icona, informazioni di anteprima (per esempio parte del testo), e i pulsanti per restringere il campo di ricerca. Ma soprattutto ordinare i risultati per rilevanza: prima i documenti che presentino le parole cercate all’interno del titolo, poi nelle parole chiave e infine nel testo. E sotto-ordinati in ordine cronologico.

Va da sé che per rendere efficiente una ricerca è necessario fornire qualche informazione al ricercatore. Fin dall’inizio Spotlight ha accettato parole chiave sotto forma di commento, ma questa possibilità è immensamente sottovalutata dal Finder. Per inserire un commento l’utente deve selezionare il file, aprirne la finestra di informazioni (cmd-I), selezionare il campo dei commenti e finalmente digitare. Logica vorrebbe che queste informazioni fossero fornite al momento del salvataggio del documento stesso, nella apposita finestra che invece da 25 anni si limita a chiedermi il nome del documento e la sua posizione nell’hard disk. Perché non chiedere invece e soprattutto un commento (alias alcune parole chiave per la ricerca) e permettere eventualmente il salvataggio in un blob, uno spazio gestito a sua discrezione dal sistema operativo?

Macintosh permette anche di salvare le informazioni in programmi diversi dal Finder, come le fotografie in iPhoto, la posta elettronica in Mail, la musica in iTunes, e questi programmi sono molto ben integrati nel motore di ricerca del sistema. Ma questo sarà l’oggetto del prossimo post.

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