venerdì 30 dicembre 2011

scrivere creativo



Io scrivo. L'ho sempre fatto: da bambino ricordo di aver partecipato ad un  concorso di sceneggiatura di una storia di Puffi. Poi mi è capitato spesso di scrivere sulle riviste che leggevo. La procedura standard era di partire con una lettera come lettore, per poi diventare collaboratore. Ho scritto per una rivista rock minore di cui non ricordo neppure il nome, poi il Mucchio Selvaggio e tante altre, fra cui Macintosh Magazine, MacDisk, Applicando, MacWorld Italia… qualche libro anche, per editori allora di peso, come Jackson o Franco Muzzio. Il web è stato per me un mezzo di comunicazione naturale, declinato su infiniti blog come Texas Tears, BEAT, Blue Motel oppure questo stesso Mac Lovers Italia, oggi poco aggiornato ma che nelle sue varie incarnazioni deve aver compiuto più o meno una quindicina d'anni. Un'amica una volta mi ha definito, stimolando il mio ego, scrittore di nicchia (ammetto che sarebbe stato più appropriato "scribacchino"). Scrivere non è il mio lavoro ufficiale, perché è difficile vivere di parole e fra i migliori che conosco ce n'è più di uno che tira la cinghia, ma mi piacerebbe che lo fosse.
Scrivere comporta di base un mezzo per farlo; dando per scontato che il mezzo sia il Macintosh (il mio primo Mac risale non a caso al 1986), scrivere comporta la scelta di un programma adatto. Nel lontano medioevo la scelta veniva da sé: MacWrite prima e M$ Word 3.0 poi erano programmi tanto essenziali quanto efficaci per costituire la scelta di default. Word offriva il vantaggio di adoperare stili che erano poi riconosciuti in automatico da PageMaker, il programma di scelta per l'impaginazione, cioè per trasformare le parole in un libro. Con il passare del tempo le possibilità si sono moltiplicate e la scelta è diventata meno banale. La caratteristica essenziale che si richiede ad un programma di scrittura è quella di non distrarre, e perciò di avere un'interfaccia praticamente trasparente. In questo senso i tradizionali word processor sono pochi adatti allo scopo, con la loro overdose di capacità che li rendono più adatti a impaginare una lettera aziendale che ad assecondare la creatività. Per molto tempo ho scritto i miei articoli o i miei post usando programmi minimali come Textedit, il cui appeal è però pari alla propria semplicità. Per scrivere cose più complesse, per esempio un libro, è necessario qualche cosa di più di un text editor. Non solo il programma deve essere in grado di fornire un'interfaccia minimale, ma deve poi essere in grado di archiviare ciò che viene scritto in modo efficiente, e suggerire un modo intuitivo di riorganizzare gli appunti e le note nel quadro complessivo che diventerà il libro stesso - oltre ad esportare il tutto in modo fruibile ad un programma di impaginazione. Fra le applicazioni che funzionano in questo modo la più popolare è probabilmente Scrivener. Scrivener mette a disposizione un text editor a tutto schermo in cui tutto ciò quello che appare è uno sfondo bianco e i caratteri dei tasti che pigiamo sulla tastiera. I vari "scritti" vengono poi incollati a mo' di post it su una lavagna ed ogni "lavagna" è conservata in una cartella. Ogni testo può essere così riordinato all'interno di un capitolo o trovare posto in un altro, in una serie di aggiornamenti che va dalla bozza grezza al lavoro finito. Diverse finestre possono contenere diversi progetti, anche aperti simultaneamente.
Un programma che ho scoperto di recente ma che è immediatamente divenuto la mia prima scelta è iA Writer. iAW è l'idea stessa della semplificazione: basti dire che non fornisce neppure preferenze da settare. È l'equivalente di un ideale foglio di carta A4 su cui digitare caratteri monospaziati molto gradevoli di tipo typewriter di dimensione abbondante. iAW e un MacBook Air costituiscono l'equivalente della macchina per scrivere portatile dei giornalisti di una volta. Un atout vincente del programma è quello di (poter) salvare i documenti su iCloud: scrivo sul portatile e poi ritrovo gli stessi file sul Mac fisso da 27 pollici su cui utilizzarli per qualsiasi più complessa impaginazione. Non solo: iA Writer esiste anche come App per iPad, di modo che posso continuare a raccogliere idee e scrivere pensieri anche mentre uso la tavoletta, e ritrovare tutto quanto sugli altri Mac. Scrivener ha in preparazione una versione per iPad ed in quella occasione, presumibilmente, annuncierà una sincronizzazione cloud con il servizio di Apple o con DropBox che per ora non è presente.
Ma il vantaggio di iA Writer non è solo quello della sincronizzazione: l'aspetto della pagina e la morbidezza dei caratteri, oltre alle dimensioni generose degli stessi, è tale da risultare molto "umano", molto piacevole da usare. La scrittura creativa con iAW è un piacere, un gioco quasi; le parole che si formano sotto gli occhi fanno molto Ernest Heminguay o Indro Montanelli, e personalmente mi capita di mettermi a scrivere solo per il piacere di usare il programma.

mercoledì 26 ottobre 2011

iBook



Sto leggendo “Steve Jobs” di Walter Isaacson, qualche cosa di meno di un testamento o meglio, ad essere obiettivi, una biografia autorizzata. A dire il vero avrei letto volentieri un testamento di Steve, ma è probabile che l’iCeo ce lo abbia lasciato nell’ormai famoso discorso alla Stanford University e, naturalmente, nei cinque anni di progetti che ha lasciato in eredità ad Apple.
Comunque, per non divagare, il 24 ottobre il libro è uscito in contemporanea in tutto il mondo, nelle librerie e sull’iBook Store. È una coincidenza fortunata che lo store italiano abbia cominciato a funzionare qualche giorno prima dell’uscita del libro. Quando iPad arrivò sul mercato un modo in cui riuscivamo a definirlo era un e-book reader, un lettore di libri digitali. Ma di libri in italiano praticamente non ce n’erano, per cui imparammo subito ad apprezzarlo come un computer tout court, il "computer for the rest of the world" o, meglio ancora, il "personal computer del XXI secolo". Oggi finalmente il negozio di libri di Apple ha cominciato a vendere libri in italiano, e mi è parso un modo appropriato di celebrare uno degli uomini che ha influenzato la mia vita leggendo il libro che parla di lui sul lettore che lui ha inventato. Al mattino, ancora a letto, ho scaricato il capitolo gratuito che il negozio mette a disposizione. Il negozio di iBook è ancora molto lontano dalla perfezione, confuso fra interfacce differenti fra la voce store dell’app iBook, iTunes di iPad ed iTunes di Mac (ma perché iTunes poi? Vestigia di quando iPad era solo un iPod, non diversamente dalla piccola punta sul padiglione delle nostre orecchie). Per esempio non è nemmeno possibile cercare i libri per la lingua in cui sono stati scritti, forse perché è un problema che gli americani sentono poco, si sa che per loro il mondo parla inglese, anzi, americano. Il sistema di ricerca che trovo più comodo è quello per autore, favorito dal fatto che gli autori al momento non sono poi molti. Apple avrebbe molto da imparare dal book store di Amazon. Comunque i miglioramenti sono all’ordine del giorno, e non c’è da escludere che quando questo articolo arriverà alle stampe (fra circa 15 minuti) le cose saranno già migliorate.


Il vantaggio che apprezzo di più è la possibilità di scaricare una parte del libro, piuttosto consistente, per aver modo di capire se si vuole finire di leggerlo o meno. Ho scaricato gratuitamente in questo modo molti titoli che su carta non avevo comprato, e spesso ho scoperto che mi piacevano. Per esempio con Il Cimitero di Praga di Umberto Eco: dopo le ultime avventure letterarie di Eco non avevo più avuto voglia di seguirlo. Leggere il primo capitolo del libro e scaricarne il resto è stato tutt’uno. Con il vantaggio di poterlo fare a qualsiasi ora senza alzarmi dalla poltrona per arrivare al negozio di libri (e senza estrarre di tasca il portafogli). Anche del libro di Steve ho scaricato la prova, non faccio sconti a nessuno. Ma arrivato a pagina 79 ho premuto volentieri il tasto “acquista”: un plusvalore che mette iBook davanti agli altri negozi, reali o virtuali.
Leggere su iPad è molto comodo, a meno di essere all’aria aperta in pieno sole, per esempio su una spiaggia. È anche un vantaggio portare sempre tutta la biblioteca con sé, addirittura condivisibile con i propri altri iPad ed iPhone. Lo svantaggio rispetto ai libri di carta è che non si possono leggere in due due libri diversi possedendo un solo iPad e che il libro non si può prestare. Immagino che i libri non saranno neppure così longevi: ho in libreria volumi che appartenevano ai miei genitori, sulla cui prima pagina appare magari anche una dedica che li colloca con precisione nella loro vita. Oppure certi numeri di Topolino o di Alan Ford che risalgono alla mia infanzia. Difficilmente lo stesso accadrà anche ai libri elettronici, come del resto ai film ed alla musica scaricati in digitale. Quando dura un oggetto virtuale? Un lustro? Il tempo ce lo dirà, ma è probabile che si tratti di libri scritti sulla sabbia per un mercato usa e getta (anche se va sottolineato che i nostri acquisti sono conservati sulla “nuvola” e non si possono perdere).

Altra considerazione da fare sullo store è sui piccoli editori e sugli autori indipendenti. Com’è noto Apple ha sempre avuto più passione per i grandi che per i piccoli, tanto per il software che per la musica ed i film. Però l’editoria elettronica potrebbe rappresentare una opportunità per i piccoli editori. Amazon ha addirittura iniziato ad offrire i propri servizi direttamente agli autori, eliminando il passaggio intermedio dell’editore, che in effetti in un simile contesto comincia a svolgere il ruolo del pappone. Ho cercato in questi giorni il libro Frank Zappa for President che il mio amico Michele Pizzi ha stampato per Arcana, e nella mia città non l’ho trovato né da Mondadori né da Feltrinelli. Non l’ho trovato neppure sull’iBook Store, ma sarebbe stata una grande opportunità esserci, dal momento che in tutto il negozio virtuale ci sono solo due libri che parlano di musica, a firma Riccardo Bertoncelli. A proposito: l’ho poi trovato, di carta, su Amazon.it.


giovedì 6 ottobre 2011

mercoledì 5 ottobre 2011

quando il dito punta alla luna... (Siri)




Quando Apple mostrò il primo iPod, nessuno immaginò lontanamente che avrebbe rappresentato un nuovo modo universale di distribuire la musica. Quando mostrò iPhone, tutti si concentrarono più sul fatto che fosse un telefono piuttosto che sull’innovativa interfaccia grafica di iOS. Ieri Apple ho mostrato al mondo Siri, che rappresenta allo stesso tempo un sistema di “comprensione” della voce, la sua prima interfaccia vocale anziché grafica e il suo primo passo nel mondo dell’intelligenza artificiale. Ma la maggior parte della stampa si è concentrata sul fatto che il nuovo telefono si chiamerà iPhone 4s e non 5, oppure che usa un microprocessore A5 anziché A4 o Intel o 68000 o 6502.

Io invece mi sono emozionato al pensiero di possedere presto un robot.
Ecco cosa sa fare Siri (l’intelligenza di iPhone e la nuova interfaccia di Apple):

“avrò bisogno di un impermeabile oggi?”
“sembra che oggi pioverà” (e mostra le previsioni a schermo)

“che ore sono a Parigi?”
“a Parigi in Francia sono le 8:16 del pomeriggio”

“svegliami domani alle 6 del mattino”
“d’accordo, ho messo la sveglia alle 6 a.m.”

“trovami un grande ristorante greco a Palo Alto”
“ho trovato 14 ristoranti greci, 5 dei quali a Palo Alto. Te li mostro per numero di stelle”

“mostrami la strada per l’ Hoover Tower”
(mostra la mappa)

“leggimi i messaggi”
“c’è un nuovo messaggio da Phil Schiller: quando usciamo a pranzo?”
“ho appuntamenti venerdì per mezzogiorno?”
“non hai nulla sul calendario per venerdì alle 12”
“allora rispondi: possiamo fare venerdì. E prendi appuntamento venerdì a mezzogiorno per il pranzo con Phil Schiller”

“ricordami di telefonare a mia moglie quando esco dal lavoro”
“ecco il tuo memo: Chiama Molly (quando esci dal lavoro)”
(il memo sarà mostrato quando il gps mostrerà lo spostamento dal luogo di lavoro)

“Cerca Neil Amstrong su Wikipedia”
(mostra la pagina)

“definisci mitosi”
(mostra la definizione a schermo)

“quanti dollari sono 45 euro?”
“fammi controllare…: 59.59 $”

“quanti giorni mancano a Natale?”
“fammi controllare...: 82 giorni”

“com’è il traffico?”
“te lo mostro”
“avvisa mia moglie che arriverò con mezz’ora di ritardo”

“farà freddo a San Francisco questo fine settimana?”
“non troppo freddo” (lo mostra a schermo)

“chiamami fra 30 minuti”
“ok fra 30 minuti”

“chi sei tu?”
“Io sono un umile assistente personale”





segnatevi la data: 4 ottobre 2011

giovedì 15 settembre 2011

waiting


Sì, lo so, ho promesso un confronto fra iPad e MacBook Air. Non me ne sono dimenticato, solo ho deciso di aspettare l'imminente uscita di iOS 5, il nuovo sistema operativo di iPad, per giocarsela alla pari con Lion. In arrivo.

martedì 30 agosto 2011

Essi vivono (il web non è più quello che era)


Il Web non è più quello che era. Lo so che detto così sembra lo sfogo di un vecchio utente della rete della prima ora, un c'era-una-volta che fatica ad accettare un affollamento necessariamente alieno alle regole della netiquette e dell’esperienza informatica dei ruggenti inizi.
Ma è da un po’ che questa frase mi ronza in mente senza che trovassi il coraggio di metterla nero su bianco, quasi volessi darmi il tempo di convincermi del contrario. Ma è sempre più evidente che il web si sta corrompendo. Noi padri pellegrini, surfisti della prima ora, quando il browser si chiamava Mosaic e persino Explorer era di là da venire, siamo fuggiti dalla corruzione della TV per trovare un’isola incontaminata, un nuovo mondo da popolare. Allora eravamo una nicchia ininfluente di eremiti della cultura popolare. Oggi che il pubblico ha scoperto il web ha portato con sé i germi delle corruzione, come fecero gli europei con quel virus del morbillo che nelle Americhe fece strage di indiani. Il virus si chiama pubblicità. Lo stesso che ha causato l’affondamento culturale delle trasmissioni televisive, quando i telespettatori hanno smesso di essere i clienti delle TV, ed i clienti e padroni dei programmi sono diventati i pubblicitari mentre il pubblico è la vittima inconsapevole che lavora per loro. Quando il criterio di valutazione dei programmi è diventato lo share d’ascolto, e le trasmissioni si sono messe a raschiare il fondo del barile del peggio della stupidità umana, per livellare verso il basso e richiamare orde di ipnotizzati, pitonati, storditi, che chiusi nelle celle di periferie dopo un giorno di lavoro senza soddisfazione hanno come unico panorama concesso lo schermo piatto della TV presa a rate al centro commerciale (uno scenario distopico più spaventoso di 1984, romanzo nel quale Orwell immaginava almeno che il popolo fosse obbligato a tenere acceso lo schermo televisivo, e non volesse invece farlo di propria iniziativa).
Il web era la nostra isola che non c’è, nascosta agli occhi del mondo dei dollari, il posto dove si scambiavano le informazioni, i fatti, la conoscenza condivisa. Da quando la pubblicità è sbarcata sul web, anche qui da noi hanno cominciato a contare i click, gli accessi: lo “share”. Siti, pagine, blog che conoscevamo hanno cominciato a fare circolare aria fritta, a mischiare informazione (poca) a spazzatura (tanta), a pubblicare chiacchiere volutamente provocatorie per fare accorrere i parassiti ed i troll ad inquinare i commenti ed infiammare le discussioni. Anche sul web sono venuti meno i valori, si fatica a distinguere l’alto dal basso, il vero dal falso, il significativo dal demenziale, l’importante dal superfluo, la cultura dal gossip, la scienza dalla ciarlataneria. E quel che è peggio che questa trappola per stupidi è montata ad arte come un fiore carnivoro che profuma di marcio al solo scopo di catturare insetti.
Quando quotidianamente mi trovo ad essere sommerso dai dettagli delle voci sulle presunte caratteristiche e la supposta data di vendita del prossimo iPhone, parole assolutamente inutili per qualsiasi scopo e di cui nulla mi può interessare, quando ovunque rimbalzano notizie che quanto più sono inverosimili o stupide o irritanti quanto più trovano spazio e relativi click, mi domando se non sia arrivato il momento di fare le tende un’altra volta e cercare un “nuovissimo mondo”. Certo, il grande atout del web rispetto alla TV è che ancora è l’utente a scegliere la notizia, a scegliere il sito, a decidere dove dirigersi e cosa leggere. Ma il nulla avanza, veloce ed inesorabile, e si mangia dopo giorno siti frequentati da anni, giornali on line, blog. Per ora ci resta l’onesto funzionamento di un motore di ricerca come Google, i cui algoritmi ancora si sforzano di distinguere l’informazione dalla spazzatura; ci resta Wikipedia, patrimonio dell’Umanità; ci resta persino FaceBook, uno degli strumenti di comunicazione più geniali realizzato dall’invenzione della scrittura; ed i blogroll dove i blog che frequentiamo ci suggeriscono altre letture. Ma vi confesso che comincio a sentirmi assediato. La TV (che da tempo ho scelto di non possedere più) mi ha trovato anche su internet.

lunedì 25 luglio 2011

critica dell'interfaccia (Lion)


All’inizio dei tempi l’interfaccia dei computer era a linee di testo, come nei film di fantascienza. L’interfaccia grafica arrivò sul mercato all’inizio del 1985 con Apple Macintosh (o meglio ancora nel 1983 con Apple Lisa). L’interfaccia grafica era immaginata come la metafora di una scrivania: c’erano cartelle che contenevano le icone dei file (documenti ed applicazioni), ed il cursore pilotato dal mouse a rappresentare la mano dell’utente. Il cursore selezionava l’icona e attraverso la barra dei menu impartiva il comando, come “Apri”. Il documento si apriva all’interno di una finestra per poter essere gestito in un piccolo schermo, bianco come la carta (fino ad allora i monitor erano stati scuri con i caratteri alfanumerici in verde), delle dimensioni di 640 punti per 480. In basso a destra c’era un cestino in cui si potevano trascinare i documenti, e tutto quanto (sistema, applicazione e documenti) stava in un floppy disk rigido di 400 Kbyte che costituiva l’intera memoria di massa, mentre il computer aveva una RAM di 128 Kbyte, subito incrementata a più realistici 512 Kbyte (il Fat Mac!). Quella timida, semplice eppure perfetta interfaccia costituisce sorprendentemente da quasi trent’anni la base dell’interfaccia di ogni computer e di ogni sistema operativo. Microsoft clonò l’interfaccia del Mac per il proprio sistema operativo Windows (sia pure senza mai far mancare  una certa dose di cattivo gusto), mentre le varie edizioni di Linux imitavano l’aspetto di Windows.
Fino alla vigilia dell’attuale sistema Mac OS X 10.7 “Lion” ed all’annunciato Windows 8 le cose sono andate così, nonostante nel frattempo la capacità di archiviazione dei dati dei computer sia aumentata più o meno di due milioni di volte, ed il PC sia passato da un oggetto per nerd a un’elettrodomestico onnipresente in ogni luogo di lavoro e in ogni casa.

Eppure negli anni non sono mancate idee per interfacce alternative ed efficienti. La prima arrivò già alla fine degli anni ottanta ancora in epoca di floppy disk con HyperCard di Bill Atkinson. Non solo HyperCard era un rivoluzionario software in grado di mettere a disposizione dell’utente comune (“the rest of us”) gli elementi dell’interfaccia Mac perché potesse creare applicazioni su misura, ma soprattutto con la sua metafora di un mazzo di carte e con le icone delle frecce a destra (precedente), a sinistra (successivo), freccia indietro, home e lente d’ingrandimento (cerca) mostrava un modo nuovo ed intuitivo di interfacciare con i computer. HyperCard suggerì a Tim Berners-Lee, ricercatore al CERN, l’idea dell’interfaccia del world wide web, cioè le pagine del web, che realizzò usando un computer NeXT (la allora recente nuova creatura di Steve Jobs).
L’interfaccia del web è del tutto differente dalla metafora della scrivania dei sistemi operativi, ed oltre tutto risolve brillantemente il problema della gestione dei file. Al tempo dell’interfaccia a linea di comando il pathname (il percorso) di ogni file doveva essere scritto (o quanto meno considerato) per intero. Con Macintosh ogni file poteva essere posto in una sequenza di cartelle che (dal file system HFS in avanti) ne costituiva il pathname: invece di scriverne tutto quanto il percorso, l’utente si limita a cercarlo e selezionarlo con il mouse. Quando però il numero dei file arriva alla milionata, com’è comune negli hard disk di oggi, anche questa banale operazione comincia a diventare complessa. Dov’è il mio documento? Il lavoro di archiviazione dei dati è basato ancora oggi su uno sforzo di organizzazione da parte dell’utente che invece potrebbe e dovrebbe essere svolto dall’ “intelligenza” del software. Sul web non abbiamo l’abitudine di digitare il percorso della pagina che vogliamo aprire, ma ci arriviamo sia tramite link di ipertesto che grazie ad efficientissimi motori di ricerca come il ben noto Google (che per molti utenti dell’ultima ora è diventato addirittura sinonimo di world wide web: non avete mai sentito dire “l’hai trovato su facebook, google o wikipedia?”). Pur non rinunciando alla metafora della scrivania, Apple ha realizzato un motore di ricerca per il proprio sistema operativo Mac OS a partire dal 2005 con il nome di spotlight, che finora non ha brillato né per efficienza (la ricerca del motore di ricerca di Google su tutti i documenti mondiali appare più rapida di quella di spotlight su quelli dell’hard disk locale) né per interfaccia, sempre sorprendentemente scarna (fino a ieri le ricerche erano ordinate per ordine alfabetico anziché cronologicamente o per importanza).
Nonostante impegnativi ripetuti proclami, specie da parte di Microsoft, la creativa interfaccia del web non è mai penetrata a fondo nel sistema operativo del computer e soprattutto non ha mai rubato il posto alla metafora della scrivania.

Il primo computer commerciale a proporre un’interfaccia completamente differente da quella del Macintosh del 1985 fu realizzato ancora una volta ad opera di Apple, con iPhone nel 2007 o, se si preferisce, con iPad nel 2010. iOS (così si chiama il sistema operativo di entrambi) non utilizza la metafora della scrivania, ma appare come un oggetto reale che “cela” un computer, così come era stato correttamente preconizzato per il computer del futuro. iOS funziona come uno scaffale di scatole da scarpe: con un tap del dito l’utente sceglie l’icona dell’applicazione (chiamata in gergo app) la cui “scatola” si apre occupando l’intero spazio messo a disposizione del device (il telefono oppure l’iPad). L’utente interagisce solo con quella applicazione in maniera intuitiva senza occuparsi di concetti come sistema operativo, file, documenti. Il file-system gli è del tutto nascosto e l’utente non ne sente alcun bisogno. Quando l’utente chiude la scatola può aprirne un’altra, e quando vuole riaprirla la troverà nello stesso stato in cui l’ha lasciata. Questo modello di interfaccia si è dimostrato enormemente più semplice da usare che quello del computer tradizionale, e a tutt’oggi gli hanno fatto difetto solo un paio di caratteristiche che probabilmente sono dietro l’angolo, in arrivo sotto forma della versione 5 di iOS: l’indipendenza dal computer e lo scambio di file.
iOS è nato con il telefono (iPhone) ed in Apple si era ritenuto conveniente prendere a prestito il modello di funzionamento di iPod, satellite ad un computer che facesse da casa base. L’universale ed in qualche modo imprevisto successo di iPhone ed iPad, che ha scavalcato di molto l’argine dell’utenza tradizionale dei personal computer, ha portato però a riconsiderare la dipendenza da un computer. Il sistema operativo che avremo fra qualche giorno sulle nostre macchinette permetterà di aggiornarsi da sé senza l’aiuto di nessun computer. La stessa cosa mi auguro che avverrà per lo scambio di dati (il vero tallone d’Achille di iPad) che ora con la tecnologia AirDrop dovrebbe essere svolta in modo del tutto intuitivo spedendoli a iPhone, iPad, iPod o Macintosh fisicamente nei dintorni.

Tutta l’esperienza realizzata con iOS si è dimostrata decisiva per la realizzazione del nuovo sistema operativo di Mac, Lion, al secolo la ottava versione di Mac OS X. Se volessimo giudicare dal nome (ogni versione di Mac OS X ha preso il nome di un grosso felino), Lion dovrebbe rappresentare la versione definitiva di quel Mac OS X che montiamo sui nostri Macintosh dal 24 marzo del 2001, forse l’ultima prima di Mac OS XI. Dopo tutto il Leone è il Re della Foresta e dei felini (anche se seguendo questa logica la Tigre - 10.4 - dovrebbe essere gerarchicamente più importante del Leopardo - 10.5). Invece Lion non si accontenta affatto di perfezionare il vecchio System, ma piuttosto scombina le carte introducendo una quantità di elementi nuovi che verranno affinati nelle release prossime venture del sistema, per le quali non si conosce ancora la specie di mammifero che verrà scomodata.
L’elemento più importante attorno a cui gira l’idea di Lion è la semplificazione della gestione dei file. iOS aveva eliminato la gestione del file-system abolendo il Finder senza però sostituirlo con niente altro: ogni programma tratta i propri documenti nella propria scatola, e lo scambio dei documenti è prevista più come un’operazione di esportazione che come una condivisione di dati. (Da questo punto di vista iOS è esattamente il contrario dell’abortito vecchio progetto di OpenDoc: un sistema orientato alle applicazioni invece che ai dati).
Lion cerca di semplificare la gestione dei documenti facendo uso dell’automazione: i documenti sono ancora lì che ci aspettano dove li avevamo lasciati quando abbiamo chiuso il programma. Salvano da sé le modifiche senza bisogno che lo faccia l’utente, addirittura tengono memoria del proprio stato precedente, cioè delle versioni precedenti alle recenti modifiche. Le applicazioni del computer vengono presentate sul desktop con un look alla iPad tramite una funzione che prende il nome di Launchpad, e tutto quanto accade sul piano di lavoro del computer (cioè in RAM, in definitiva) è mostrato molto comodamente da un’altra funzione che si chiama Mission Control.
Però un po’ il programma bara, perché alla resa dei conti sotto la scrivania il Finder c’è ancora, ed è ancora il solito vecchio Finder del Macintosh del 1985. Alla fine l’utente qualche documento deve chiuderlo, in un hard disk che ne può stivare a milioni, e deve poi essere in grado di rintracciarlo; lo strumento che ha a disposizione risulta essere ancora il vecchio Finder. Le cui finestre sono le vecchie scomode finestre statiche, che anche se possono essere ridimensionate da ogni lato ancora non lo fanno in modo automatico ed intelligente in base all’affollamento del Finder e del numero di documenti della finestra. Anzi, peggio, nella vista di default (“tutti i miei documenti”) i documenti di ogni tipo sono posti lungo linee orizzontali e per essere trovati devono essere scorsi con il mouse o con le gestire - in effetti esiste un'opzione "mostra tutti"). Quasi come se Apple si vergognasse del Finder, ne ha nascosto quanto possibile le funzioni ma non lo ha rimpiazzato con nessuna finestra di ricerca (questo infatti significa “finder”) più moderna, intuitiva od efficiente.
Per l’utente di media esperienza non c’è nulla di male, anzi. Noi che sappiamo com’è organizzato il file-system di Mac OS sappiamo bene dove e come trovare i documenti. Sinceramente mi muovo più rapidamente con l’attuale Finder che con ognuno di quelli precedenti, ma solo perché ho un’esperienza che Lion non conferisce. La vista chiave parrebbe proprio essere "tutti i miei documenti" con le relative opzioni.
Per l’utente più umano e meno informatizzato, sono dolori. La logica dell’organizzazione dei file è quanto più possibile nascosta, e confusa dalla contemporanea logica della “ricerca” e del file-system (ti mostro i documenti per tipo o per data di modifica ma anche nelle cartelle tradizionali).
La piccola icona delle immagini, per fare un esempio, non mostra davvero le immagini, bensì il contenuto della cartella immagini. Che conseguenze ne può trarre l’utente inesperto, specie quando la cartella inizio gli è invece nascosta e lo spostamento fra le cartelle si svolge in una sorta di nebbia logica? Per la prima volta manca un manuale d’uso in pdf sul disco e l’help on line non è davvero di nessun aiuto.

Si pone anche un problema di ridondanza di interfaccia. Per esempio, le applicazioni si trovano tanto sul dock che in Launchpad (più una “terza volta” in cartella Applicazioni). A questo punto sarebbe più logico lasciare sul dock solo le applicazioni ed i documenti attivi, a meno di volerlo considerare una sorta di sostituto del “menu mela” del System 7. In secondo luogo la ricerca di spotlight sull’angolo destro della barra dei menu mette i risultati in un menu anziché in una finestra del Finder: coerenza vorrebbe che i risultati fossero sempre comunque mostrati nello stesso posto, il Finder stesso, specie dal momento che la vista nel menu è davvero poco utile. Il miglioramento più grosso del risultato delle ricerche è che ora vengono mostrate per default in ordine cronologico decrescente mettendo davanti le più recenti. Però le informazioni fornite dalla finestra dei risultati sono comunque desolanti: mi domando cosa succederebbe se Google decidesse di mostrare in un modo tanto spoglio i risultati delle ricerche nel web.

Le altre novità sono tutte gradevoli: lo scorrimento naturale corregge l’errore dello scorrimento inverso che ci era stato insegnato in precedenza, e nel giro di un paio di giorni diventa naturale anche per i vecchi zucconi. Le gesture funzionano bene con una e due dita, mentre diventano un tantino indaginose a tre o quattro: il trackpad non è ancora pronto a sostituire il mouse, specie sui sistemi desktop, mentre sui portatili mission control si raggiunge più facilmente con il tasto funzione. Spaces è scomparso, o meglio automatizzato dal sistema. Le combinazioni di tasti control-freccia funzionano ancora per scorrere fra le applicazioni aperte e control-1 funziona come una specie di home base.
La vista a tutto schermo risulta molto comoda sui portatili. Ho montato Mac OS X Lion sia su un Air da 11" che su un Mac con il grande schermo da 27”, e logicamente utilizzo la modalità della vista a tutto schermo solo sul primo. Mi piacerebbe poterla implementare di default ma la possibilità non mi pare prevista al momento.
AirDrop, cioè la capacità di scambiare i documenti con i computer vicini, funziona così bene che ci si domanda perché non si sia vista prima: è sufficiente che entrambe le macchine aprano la finestra AirDrop perché si vedano e possano spedirsi file l’un l’altro, seppure non troppo rapidamente. Per grandi volumi è sempre meglio appoggiarsi ad un disco.
Sotto l’interfaccia il sistema pare robusto e sopratutto veloce, anche se non ho ancora verificato la compatibilità di stampa.
Il nuovo Mail è accattivante, ma preferisco navigare sul web e leggere la posta su iPad, la cui esperienza d’uso rimane largamente imbattuta anche nei confronti di Lion. Macintosh serve a produrre, ma iPad a “consumare”.


A scanso di equivoci, Lion è (ancora una volta) il più formidabile sistema operativo in città, ed il migliore di sempre dei Mac OS. Ed ancora una volta, non è un punto di arrivo, ma un serbatoio di idee da affinare nel futuro, come tradizione di ogni prodotto della mela. 

sabato 23 luglio 2011

nuvole


Mi ero promesso il nuovo, minuscolo MacBook Air appena fosse uscito Lion, il sistema operativo nuovo fiammante del Macintosh. Non a caso i due prodotti sono state presentati sul mercato nello stesso giorno.  Il vecchio Air mi è stato rubato, e la sua tastiera mi fa comodo per scrivere le mie cose, gli articoli, i blog e forse qualche cosa di più. Il Mac grande, quello fisso con lo schermo da 27 pollici, va benissimo per il lavoro sporco, multimedia, grafica, impaginare e simili, ma non ce la faccio a scrivere rimanendo seduto alla stessa scrivania come a scuola: vuoi mettere una poltrona? Attualmente spendo il novanta per cento del mio tempo telematico su iPad (il computer più entusiasmante dai tempi di Macintosh Plus), e devo ammettere di aver anche imparato a scrivere sulla sua tastiera virtuale, nonostante l’ostruzionismo del correttore ortografico (che non ho comunque cuore di disattivare). Tanto che anche ora che sto scrivendo con il nuovo Air, mi viene naturale cercare di ottenere il punto . usando il comodo doppio tap sulla barra dello spazio. Racconterò di “Air versus iPad”, come di “Lion”, sui prossimi due post di questo stesso blog.
Quello che invece qui voglio raccontare è l’esperienza di messa in opera del nuovo arrivato, il piccolo Air da 11”. Fortunatamente il computer esce dalla scatola a pile cariche, il che evita di dover rimandarne l’uso di diverse ore. Lanciato (rapidamente) il sistema, il computer si informa su chi siamo: per fortuna sono abbonato da sempre al servizio di mobileMe, che comunque d’ora in avanti sarà gratuito e in qualche modo automatico per tutti gli utenti. Appena informato del mio nome e della password il computer scarica dalla nuvola i miei dati, come gli indirizzi della rubrica e i set della posta, e lo fa a tempo di record. Una bella comodità. Passando da un computer precedente ad uno nuovo il trasloco è comunque effettuato automaticamente da un programma chiamato Assistente Migrazione. Nel mio caso però ho voluto considerare Air uno strumento di lavoro del tutto nuovo, per cui non ho migrato alcun documento ma sono partito da zero.
Per i programmi ho aperto l’applicazione App Store: effettuato il log-in i programmi che ho già acquistato in passato sono tutti a mia disposizione. Non devo fare altro che scegliere quali mi serve scaricare sul nuovo computer. Al contrario i programmi di iWorks non sono stati acquistati da App Store ma in modo tradizionale in scatola su DVD. Cerco la confezione sulla libreria (fisica, quella del mio ufficio) e non la trovo. Risultato: non posso installare Pages, Numbers e Keynote. Nuvola batte scatola uno a zero. Anche Bento e Scrivener sono stati acquistati in modo (quasi) tradizionale, mediante il download dallo store dei rispettivi sviluppatori. Da qualche parte sull’hard disk ho le versioni rispettivamente 3 ed 1 dei due programmi; nel frattempo sul mercato sono state presentate le versioni 4 e 2, che posso acquistare sugli stessi store con un po’ di sconto per l’upgrade. Ma l’esperienza della nuvola di App Store è così gratificante che decido di rinunciare a quel piccolo benefit e di acquistare invece le due applicazioni direttamente dal negozio virtuale di Apple di modo che nel futuro anche Bento e Scrivener saranno sempre disponibili sulla nuvola.
Che dire: si possono sollevare molte obiezioni di carattere filosofico, economico e sociale sull’invadenza del business di Apple nella nostra vita, ma alla fine il futuro (anzi, il presente) è questo e le nostre abitudini tradizionali di gestione dei file e dei programmi del computer stanno a quelle nuove come la manovella meccanica all’alzacristalli elettrico. Si può resistere alla novità, ma quando si prova ci si rende conto che l’archiviazione sulla nuvola è molto più comoda di quella su CD, DVD o sui nostri hard disk sparsi sulla scrivania.

Appuntamento con il resto dell’esperienza sui prossimi post.

venerdì 22 luglio 2011

FaceTime


È più facile che una tartaruga emergendo dalle acque del Gange finisca con la propria testa in una corona di fiori, che riuscire a fare una chiamata in FaceTime...