lunedì 25 luglio 2011

critica dell'interfaccia (Lion)


All’inizio dei tempi l’interfaccia dei computer era a linee di testo, come nei film di fantascienza. L’interfaccia grafica arrivò sul mercato all’inizio del 1985 con Apple Macintosh (o meglio ancora nel 1983 con Apple Lisa). L’interfaccia grafica era immaginata come la metafora di una scrivania: c’erano cartelle che contenevano le icone dei file (documenti ed applicazioni), ed il cursore pilotato dal mouse a rappresentare la mano dell’utente. Il cursore selezionava l’icona e attraverso la barra dei menu impartiva il comando, come “Apri”. Il documento si apriva all’interno di una finestra per poter essere gestito in un piccolo schermo, bianco come la carta (fino ad allora i monitor erano stati scuri con i caratteri alfanumerici in verde), delle dimensioni di 640 punti per 480. In basso a destra c’era un cestino in cui si potevano trascinare i documenti, e tutto quanto (sistema, applicazione e documenti) stava in un floppy disk rigido di 400 Kbyte che costituiva l’intera memoria di massa, mentre il computer aveva una RAM di 128 Kbyte, subito incrementata a più realistici 512 Kbyte (il Fat Mac!). Quella timida, semplice eppure perfetta interfaccia costituisce sorprendentemente da quasi trent’anni la base dell’interfaccia di ogni computer e di ogni sistema operativo. Microsoft clonò l’interfaccia del Mac per il proprio sistema operativo Windows (sia pure senza mai far mancare  una certa dose di cattivo gusto), mentre le varie edizioni di Linux imitavano l’aspetto di Windows.
Fino alla vigilia dell’attuale sistema Mac OS X 10.7 “Lion” ed all’annunciato Windows 8 le cose sono andate così, nonostante nel frattempo la capacità di archiviazione dei dati dei computer sia aumentata più o meno di due milioni di volte, ed il PC sia passato da un oggetto per nerd a un’elettrodomestico onnipresente in ogni luogo di lavoro e in ogni casa.

Eppure negli anni non sono mancate idee per interfacce alternative ed efficienti. La prima arrivò già alla fine degli anni ottanta ancora in epoca di floppy disk con HyperCard di Bill Atkinson. Non solo HyperCard era un rivoluzionario software in grado di mettere a disposizione dell’utente comune (“the rest of us”) gli elementi dell’interfaccia Mac perché potesse creare applicazioni su misura, ma soprattutto con la sua metafora di un mazzo di carte e con le icone delle frecce a destra (precedente), a sinistra (successivo), freccia indietro, home e lente d’ingrandimento (cerca) mostrava un modo nuovo ed intuitivo di interfacciare con i computer. HyperCard suggerì a Tim Berners-Lee, ricercatore al CERN, l’idea dell’interfaccia del world wide web, cioè le pagine del web, che realizzò usando un computer NeXT (la allora recente nuova creatura di Steve Jobs).
L’interfaccia del web è del tutto differente dalla metafora della scrivania dei sistemi operativi, ed oltre tutto risolve brillantemente il problema della gestione dei file. Al tempo dell’interfaccia a linea di comando il pathname (il percorso) di ogni file doveva essere scritto (o quanto meno considerato) per intero. Con Macintosh ogni file poteva essere posto in una sequenza di cartelle che (dal file system HFS in avanti) ne costituiva il pathname: invece di scriverne tutto quanto il percorso, l’utente si limita a cercarlo e selezionarlo con il mouse. Quando però il numero dei file arriva alla milionata, com’è comune negli hard disk di oggi, anche questa banale operazione comincia a diventare complessa. Dov’è il mio documento? Il lavoro di archiviazione dei dati è basato ancora oggi su uno sforzo di organizzazione da parte dell’utente che invece potrebbe e dovrebbe essere svolto dall’ “intelligenza” del software. Sul web non abbiamo l’abitudine di digitare il percorso della pagina che vogliamo aprire, ma ci arriviamo sia tramite link di ipertesto che grazie ad efficientissimi motori di ricerca come il ben noto Google (che per molti utenti dell’ultima ora è diventato addirittura sinonimo di world wide web: non avete mai sentito dire “l’hai trovato su facebook, google o wikipedia?”). Pur non rinunciando alla metafora della scrivania, Apple ha realizzato un motore di ricerca per il proprio sistema operativo Mac OS a partire dal 2005 con il nome di spotlight, che finora non ha brillato né per efficienza (la ricerca del motore di ricerca di Google su tutti i documenti mondiali appare più rapida di quella di spotlight su quelli dell’hard disk locale) né per interfaccia, sempre sorprendentemente scarna (fino a ieri le ricerche erano ordinate per ordine alfabetico anziché cronologicamente o per importanza).
Nonostante impegnativi ripetuti proclami, specie da parte di Microsoft, la creativa interfaccia del web non è mai penetrata a fondo nel sistema operativo del computer e soprattutto non ha mai rubato il posto alla metafora della scrivania.

Il primo computer commerciale a proporre un’interfaccia completamente differente da quella del Macintosh del 1985 fu realizzato ancora una volta ad opera di Apple, con iPhone nel 2007 o, se si preferisce, con iPad nel 2010. iOS (così si chiama il sistema operativo di entrambi) non utilizza la metafora della scrivania, ma appare come un oggetto reale che “cela” un computer, così come era stato correttamente preconizzato per il computer del futuro. iOS funziona come uno scaffale di scatole da scarpe: con un tap del dito l’utente sceglie l’icona dell’applicazione (chiamata in gergo app) la cui “scatola” si apre occupando l’intero spazio messo a disposizione del device (il telefono oppure l’iPad). L’utente interagisce solo con quella applicazione in maniera intuitiva senza occuparsi di concetti come sistema operativo, file, documenti. Il file-system gli è del tutto nascosto e l’utente non ne sente alcun bisogno. Quando l’utente chiude la scatola può aprirne un’altra, e quando vuole riaprirla la troverà nello stesso stato in cui l’ha lasciata. Questo modello di interfaccia si è dimostrato enormemente più semplice da usare che quello del computer tradizionale, e a tutt’oggi gli hanno fatto difetto solo un paio di caratteristiche che probabilmente sono dietro l’angolo, in arrivo sotto forma della versione 5 di iOS: l’indipendenza dal computer e lo scambio di file.
iOS è nato con il telefono (iPhone) ed in Apple si era ritenuto conveniente prendere a prestito il modello di funzionamento di iPod, satellite ad un computer che facesse da casa base. L’universale ed in qualche modo imprevisto successo di iPhone ed iPad, che ha scavalcato di molto l’argine dell’utenza tradizionale dei personal computer, ha portato però a riconsiderare la dipendenza da un computer. Il sistema operativo che avremo fra qualche giorno sulle nostre macchinette permetterà di aggiornarsi da sé senza l’aiuto di nessun computer. La stessa cosa mi auguro che avverrà per lo scambio di dati (il vero tallone d’Achille di iPad) che ora con la tecnologia AirDrop dovrebbe essere svolta in modo del tutto intuitivo spedendoli a iPhone, iPad, iPod o Macintosh fisicamente nei dintorni.

Tutta l’esperienza realizzata con iOS si è dimostrata decisiva per la realizzazione del nuovo sistema operativo di Mac, Lion, al secolo la ottava versione di Mac OS X. Se volessimo giudicare dal nome (ogni versione di Mac OS X ha preso il nome di un grosso felino), Lion dovrebbe rappresentare la versione definitiva di quel Mac OS X che montiamo sui nostri Macintosh dal 24 marzo del 2001, forse l’ultima prima di Mac OS XI. Dopo tutto il Leone è il Re della Foresta e dei felini (anche se seguendo questa logica la Tigre - 10.4 - dovrebbe essere gerarchicamente più importante del Leopardo - 10.5). Invece Lion non si accontenta affatto di perfezionare il vecchio System, ma piuttosto scombina le carte introducendo una quantità di elementi nuovi che verranno affinati nelle release prossime venture del sistema, per le quali non si conosce ancora la specie di mammifero che verrà scomodata.
L’elemento più importante attorno a cui gira l’idea di Lion è la semplificazione della gestione dei file. iOS aveva eliminato la gestione del file-system abolendo il Finder senza però sostituirlo con niente altro: ogni programma tratta i propri documenti nella propria scatola, e lo scambio dei documenti è prevista più come un’operazione di esportazione che come una condivisione di dati. (Da questo punto di vista iOS è esattamente il contrario dell’abortito vecchio progetto di OpenDoc: un sistema orientato alle applicazioni invece che ai dati).
Lion cerca di semplificare la gestione dei documenti facendo uso dell’automazione: i documenti sono ancora lì che ci aspettano dove li avevamo lasciati quando abbiamo chiuso il programma. Salvano da sé le modifiche senza bisogno che lo faccia l’utente, addirittura tengono memoria del proprio stato precedente, cioè delle versioni precedenti alle recenti modifiche. Le applicazioni del computer vengono presentate sul desktop con un look alla iPad tramite una funzione che prende il nome di Launchpad, e tutto quanto accade sul piano di lavoro del computer (cioè in RAM, in definitiva) è mostrato molto comodamente da un’altra funzione che si chiama Mission Control.
Però un po’ il programma bara, perché alla resa dei conti sotto la scrivania il Finder c’è ancora, ed è ancora il solito vecchio Finder del Macintosh del 1985. Alla fine l’utente qualche documento deve chiuderlo, in un hard disk che ne può stivare a milioni, e deve poi essere in grado di rintracciarlo; lo strumento che ha a disposizione risulta essere ancora il vecchio Finder. Le cui finestre sono le vecchie scomode finestre statiche, che anche se possono essere ridimensionate da ogni lato ancora non lo fanno in modo automatico ed intelligente in base all’affollamento del Finder e del numero di documenti della finestra. Anzi, peggio, nella vista di default (“tutti i miei documenti”) i documenti di ogni tipo sono posti lungo linee orizzontali e per essere trovati devono essere scorsi con il mouse o con le gestire - in effetti esiste un'opzione "mostra tutti"). Quasi come se Apple si vergognasse del Finder, ne ha nascosto quanto possibile le funzioni ma non lo ha rimpiazzato con nessuna finestra di ricerca (questo infatti significa “finder”) più moderna, intuitiva od efficiente.
Per l’utente di media esperienza non c’è nulla di male, anzi. Noi che sappiamo com’è organizzato il file-system di Mac OS sappiamo bene dove e come trovare i documenti. Sinceramente mi muovo più rapidamente con l’attuale Finder che con ognuno di quelli precedenti, ma solo perché ho un’esperienza che Lion non conferisce. La vista chiave parrebbe proprio essere "tutti i miei documenti" con le relative opzioni.
Per l’utente più umano e meno informatizzato, sono dolori. La logica dell’organizzazione dei file è quanto più possibile nascosta, e confusa dalla contemporanea logica della “ricerca” e del file-system (ti mostro i documenti per tipo o per data di modifica ma anche nelle cartelle tradizionali).
La piccola icona delle immagini, per fare un esempio, non mostra davvero le immagini, bensì il contenuto della cartella immagini. Che conseguenze ne può trarre l’utente inesperto, specie quando la cartella inizio gli è invece nascosta e lo spostamento fra le cartelle si svolge in una sorta di nebbia logica? Per la prima volta manca un manuale d’uso in pdf sul disco e l’help on line non è davvero di nessun aiuto.

Si pone anche un problema di ridondanza di interfaccia. Per esempio, le applicazioni si trovano tanto sul dock che in Launchpad (più una “terza volta” in cartella Applicazioni). A questo punto sarebbe più logico lasciare sul dock solo le applicazioni ed i documenti attivi, a meno di volerlo considerare una sorta di sostituto del “menu mela” del System 7. In secondo luogo la ricerca di spotlight sull’angolo destro della barra dei menu mette i risultati in un menu anziché in una finestra del Finder: coerenza vorrebbe che i risultati fossero sempre comunque mostrati nello stesso posto, il Finder stesso, specie dal momento che la vista nel menu è davvero poco utile. Il miglioramento più grosso del risultato delle ricerche è che ora vengono mostrate per default in ordine cronologico decrescente mettendo davanti le più recenti. Però le informazioni fornite dalla finestra dei risultati sono comunque desolanti: mi domando cosa succederebbe se Google decidesse di mostrare in un modo tanto spoglio i risultati delle ricerche nel web.

Le altre novità sono tutte gradevoli: lo scorrimento naturale corregge l’errore dello scorrimento inverso che ci era stato insegnato in precedenza, e nel giro di un paio di giorni diventa naturale anche per i vecchi zucconi. Le gesture funzionano bene con una e due dita, mentre diventano un tantino indaginose a tre o quattro: il trackpad non è ancora pronto a sostituire il mouse, specie sui sistemi desktop, mentre sui portatili mission control si raggiunge più facilmente con il tasto funzione. Spaces è scomparso, o meglio automatizzato dal sistema. Le combinazioni di tasti control-freccia funzionano ancora per scorrere fra le applicazioni aperte e control-1 funziona come una specie di home base.
La vista a tutto schermo risulta molto comoda sui portatili. Ho montato Mac OS X Lion sia su un Air da 11" che su un Mac con il grande schermo da 27”, e logicamente utilizzo la modalità della vista a tutto schermo solo sul primo. Mi piacerebbe poterla implementare di default ma la possibilità non mi pare prevista al momento.
AirDrop, cioè la capacità di scambiare i documenti con i computer vicini, funziona così bene che ci si domanda perché non si sia vista prima: è sufficiente che entrambe le macchine aprano la finestra AirDrop perché si vedano e possano spedirsi file l’un l’altro, seppure non troppo rapidamente. Per grandi volumi è sempre meglio appoggiarsi ad un disco.
Sotto l’interfaccia il sistema pare robusto e sopratutto veloce, anche se non ho ancora verificato la compatibilità di stampa.
Il nuovo Mail è accattivante, ma preferisco navigare sul web e leggere la posta su iPad, la cui esperienza d’uso rimane largamente imbattuta anche nei confronti di Lion. Macintosh serve a produrre, ma iPad a “consumare”.


A scanso di equivoci, Lion è (ancora una volta) il più formidabile sistema operativo in città, ed il migliore di sempre dei Mac OS. Ed ancora una volta, non è un punto di arrivo, ma un serbatoio di idee da affinare nel futuro, come tradizione di ogni prodotto della mela. 

6 commenti:

  1. La mancanza più importante che sento nel Leone è il numero dei file e lo spazio che rimane sul disco rigido che era in fondo alla finestra, con mela+i ottengo il dato. Per il resto, vedi Mail subito scomodo, è bene abituarsi perché migliore. Per ora uso poco le grandi novità, per ora si provicchia. A me non sono bastati due giorni per abituarmi all'inversione dello scroll :-), spero che in una settimana o due di farcela.

    Uso mac dal 1985 e nella cronistoria che hai fatto ho versato lacrimucce virtuali.

    franco

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  2. Menu Vista, puoi aggiungere la barra sotto la finestra

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  3. puoi ritornare allo scroll di prima nelle preferenze del trackpad. :)

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  4. Sì, Lion è ricchissimo di opzioni e di scelte.

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  5. Grazie, credo che per ora l'unica cosa che mi mancava era la barra in fondo alle cartelle, per il resto penso che sia meglio abituarsi ai cambiamenti. Con l'inserimento del leone mi sono accorto che alcuni programmi che uso più intensamente erano dei tempi di Power PC :-).

    franco

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  6. uhm, io invece sento abbastanza pesantemente la possibilità di organizzare i desktop (o Spaces) come più mi piace seguendo una logica cresciuta, maturata, affinata in cinque anni d'uso di OS X.

    Ad ogni modo scorrere solo orizzontalmente i sei spazi che uso normalmente è una pena e penso che presto comincerò a cercare di abituarli al CTR-$numero.

    Altri 'grossi' problemi li ho con Mail.app e i due account IMAP che vi ho abilitato. La visualizzazione del 'sommario' dell'email ricevuta a sinistra del corpo provo a farmela piacere da ANNI ma nessun software riesce a farmela digerire (forse solo le prime versioni di SparrowMail c'erano riuscite)...

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